benedetta gente

    “Mio figlio sarà il primo della mia stirpe che prenderà il diploma. Ha impiegato sette anni ma domani è il primo giorno dell’ultimo anno, poi diventa perito” (traduzione dal dialetto ruspante). Il ragazzone è lì, ben in carne, sembra più a suo agio tra i primi calici rossi del mattino che tra le merende scolastiche. Alla salute, comunque, con gli scongiuri, più che con gli auguri, perché se ci sono voluti sette anni per passare i primi quattro, non è detto che il quinto sia una passeggiata. Ma l’orgoglio paterno non andava rovinato anche perché chissà dove aveva scovato quel vocabolo della “stirpe”, che suonava esotica nel rutilante dialetto. Che poi era lo stesso orgoglio dei nostri padri che mandavano uno dei figli a studiare, preservandolo dai pesanti lavori manuali nei campi. Che quando dovetti preparare l’esame di filosofia all’università, il libro da acquistare (di Emanuele Severino) costava la bellezza di 4 mila lire, un’enormità per una famiglia che a bottega arrivava a spendere in un mese un massimo di 20 mila lire. Mia madre mi mandò giù alla stalla per sentire mio padre, minatore e contadino di complemento. Quando buttai lì la cifra, restò in silenzio e poi, con una risposta esagerata a fronte di una cifra, per un solo libro, esagerata, disse, “va bene, venderemo una mucca”. Quel libro, tra l’altro di pessima fattura, ce l’ho ancora da qualche parte, per me vale di più il mio sussidiario di terza elementare, quello sì che è un cimelio da conservare.

    Uno della “stirpe” faceva, pagando salato, il… salto. No, non si aspettavano che il figlio gli tornasse a casa dopo aver imparato il mestiere. Magari (ma non lo teorizzavano di certo) sarebbero stati contenti che avesse imparato “il mestiere di vivere”, magari non quello di Pavese che è un diario disperato, ma quello di una pienezza di vita che era preclusa a chi si doveva ammazzare di fatica per sbarcare il lunario. Uno della “stirpe” doveva riscattarsi, uno per tutti, diventare uno che la vita se la immaginava diversa, proprio perché gli avevano dato la possibilità di inventarsela.

    Oggi sta tornando una concezione utilitaristica della scuola, devono imparare qualcosa che gli serva sul lavoro, per questo diffidate di chi vuol convincervi che la scuola è inutile, che anche Di Maio è arrivato lì senza leggere troppi libri ecc.. Ho letto che negli Stati Uniti prediligono gli studenti che escono da scuole che in Italia chiameremmo “liceo classico”, le aziende hanno bisogno di gente che sappia superare in modo anche creativo difficoltà e imprevisti, che sia attrezzata non per la normalità ma per le opportunità, che in qualche modo sappia “leggere nel futuro”. Conoscendo il passato. Qui si vive solo nell’indicativo presente.

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    In illo tempore c’era un padre che aveva due figli. Uno era sempre in giro, non sapeva far niente e proprio per questo (coerentemente) non faceva niente. Ma, dovendosi giustificare con i paesani, andava predicando che era inutile cercare un lavoro se non si era raccomandati perché era il mondo che era tutto sbagliato. E a chi gli diceva “e allora datti da fare per cambiarlo” rispondeva con una risata e da qualche settimana tirava in ballo i “poteri forti” che l’aveva sentita da uno in un bar e gli era piaciuta. Adesso aveva sentito anche un’altra cosa, che volevano mettere il, come lo chiamavano?, ah sì, reddito di cittadinanza, insomma, diceva, ti pagano perché sei cittadino italiano, finalmente una cosa sacrosanta, tutti hanno diritto di vivere e se non c’è un lavoro che ti va bene fa niente, che la vita è una sola e mica devi sprecarla a fare cose che non ti piacciono. Poi però aveva sentito che non c’erano soldi, ci volevano miliardi di euro per pagare quel “reddito di cittadinanza” e che invece lo Stato quei miliardi li spendeva per quei migranti che arrivavano sui barconi e che bastava ributtare quella gente a mare che i soldi si trovavano. Suo padre diceva: “Non lo capiscono mio figlio, è troppo intelligente”.

    Quell’uomo aveva un altro figlio, il primogenito, un tipo taciturno che da impiegato in un’azienda di città era diventato un pezzo grosso, faceva un mestiere che il padre non capiva, una roba tipo a.d. che non sapeva bene cosa volesse dire ma prendeva una barca di soldi e quando aveva sentito il discorso del “reddito di cittadinanza” per la prima volta al pranzo di famiglia della domenica aveva alzato la voce dicendo che era stanco di mantenere suo fratello ma non voleva nemmeno che fosse lo Stato, con le tasse che versava gente come lui che lavorava sodo, a sprecare soldi per dei lazzaroni. Il fratello si era risentito sostenendo che lui a lavorare ci sarebbe anche andato ma non trovava un lavoro adatto alle sue capacità, che lui mica voleva fare il manovale. “Io mi sono adattato e adesso ho il posto di lavoro che sognavo, tu non hai nemmeno tentato. E se ti pagano per far niente, non farai mai niente. La fortuna non la si aspetta seduti sul divano”.

    Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι… (o mythos deloi oti): questa favola insegna che se tu aspetti che arrivi la fortuna devi sapere se almeno è partita.