CLAUSURA

    “Noi aiutiamo dall’interno, preghiamo, sosteniamo, lavoriamo, noi restiamo nel mondo, perché nel mondo si resta per come si vive, non per dove si vive

    ‘Entrare qui mi ha aperto gli orizzonti, adesso vedo, vedo oltre’. A dirlo è Anna Zamboni, 45 anni, da Songavazzo, da pochi giorni ufficialmente monaca clarissa. Il contrasto è tutto qui, chiudersi in un monastero per aprirsi al mondo. Mattina di metà novembre, il vento soffa sopra una giornata di azzurro pieno, l’estate di S. Martino. Sulla grata che separa suor Anna dal resto del mondo si frantuma la luce del sole che cambia mille volte colore nella stanza dove la incontriamo. Dietro di lei una finestra dà sul giardino; si intravedono i viali che sono le vie, le strade del nuovo mondo di Anna, un fazzoletto di poche centinaia di metri ma per Anna un mondo che non si chiude, ma che le ha aperto gli orizzonti. Suor Anna che fno a qualche anno fa quegli orizzonti se li cercava su una moto, uno shadow, per intenderci l’Harley Davidson in miniatura, mica una moto qualsiasi, la moto del mito americano, del viaggio, di Easy Rider. Poi Dio. Un viaggio che suor Anna racconta con le parole ma anche con gli occhi che sprizzano gioia e colori di una felicità che non incontravo da un sacco di tempo. Cominciamo. Arrivi da Songavazzo: “Sì. Quando si inizia il noviziato si può cambiare il nome di battesimo ma io ho tenuto Anna anche se all’anagrafe in effetti mi chiamo Annalisa. Classe 1964”. La tua famiglia: “Mio padre Alberto faceva il falegname, mia mamma Angelina la casalinga, poi mio padre per problemi di salute ha cambiato lavoro, ha aperto un bar gelateria a Songavazzo, bar Palù, lasciamelo dire, dove si mangia un buon gelato e dove ci ha lavorato poi tutta la mia famiglia”. Papà di Songavazzo e mamma Angelina originaria di Endine, Bettoni di cognome e poi una sorella, Letizia, classe 1962 e un fratello Ennio, di 6 anni più grande: “Tutti e due lavorano al bar, mia sorella fa il gelato, mio fratello si occupa del resto. E tu cosa facevi prima di venire qui? “Facevo il gelato”. E qui te lo fanno fare? Anna sorride: “Per ora no, vediamo”. Il bar non sembra un ambiente che possa produrre una suora di clausura, un bar è un porto di mare, come è andata? “E’ andata. Ricordo anche il periodo di quando mio padre faceva il falegname, ero molto piccola, avevo 4 anni, ricordo che faceva le casse da morto e le portava a Clusone, io andavo a vedere, curiosavo e poi dai, San Giuseppe era falegname e quindi vado orgogliosa del primo lavoro di mio padre. Poi è arrivato il bar e la gelateria”. E lì avrai visto passare un mucchio di gente con spirito godereccio: “Ma la vita me la godevo anch’io, non ero una tipa che andava in oratorio”. No? “No, non frequentavo nemmeno molto la parrocchia, da piccola andavo a catechismo, come è nella normalità di tutti i bambini, ma dopo la cresima mi sono allontanata”. Dopo le Medie cos’hai fatto? “Due anni di segretaria d’azienda dalle suore della Sapienza a Clusone”. E lì comincia l’altra grande passione di Anna, la musica: “Ho iniziato a suonare il pianoforte, andavo a lezione dal maestro Dubienski, poi mi sono iscritta al conservatorio a Bergamo”. La sera uscivi? “Sì, con gli amici, non mi è mai piaciuta molto la discoteca, preferivo posti dove si poteva relazionare, stare assieme, chiacchierare”. Mai stata fdanzata? “Sì, ma quella situazione non mi dava quello che cercavo”. E’ rimasto male… lui? “No, no”. Anna arrossisce, sai che ormai non arrossisce più nessuno? “Ma invece è così bello arrossire”. E poi la moto? “Prima la Vespa, poi lo Shadow, la motocicletta mi è sempre piaciuta e un giro lo farei ancora, perchè no?”. Una suora di clausura con la passione per la moto, per una moto che rappresenta il viaggio, il contrario di quello che fai adesso, ma dove andavi? Facevi parte di un gruppo? “No, giravo sola, anche perché facendo il gelato, avevo orari un po’ strani, ero abbastanza occupata”. E il conservatorio? “Non l’ho terminato, mi mancano solo due esami, ma non fa niente, lo facevo per passione, non per avere un pezzo di carta”. Qui c’è un pianoforte? “Sì, e ne sto approfondendo lo studio, soprattutto per quanto riguarda la liturgia. E poi c’è l’organo”. Torniamo alla moto, che vuol dire libertà, vuol dire girare il mondo. “Ma io l’ho girato anche senza la moto e poi quando sono entrata in monastero l’ho venduta. Siamo andati in un’offcina meccanica dove dovevo consegnare i documenti. Ero in auto, si apre la portiera. Era il proprietario dell’offcina, mi guarda e mi dice ‘volevo vedere la faccia di chi vuol farsi suora e ha questa moto”. Ma prima ci sono gli anni del ‘cercare’. Raccontiamo: “Dopo un po’ che lavoravo al bar, quando ancora non facevo il gelato, me ne sono andata via in una fabbrica, tessile, a Clusone, che poi ha chiuso. Avevo 28 anni e cominciavo a sentire dentro di me la spinta ad allontanarmi dal mio paese. Desideravo fare un’esperienza in missione, sentivo il bisogno di qualcosa di forte. Ho incontrato una missionaria, Assunta Tagliaferri che stava partendo per le Filippine; era dicembre, mi sono aggregata e sono andata con loro”. E lì succede qualcosa: “E’ successo che ho respirato un altro modo di vivere, un altro modo di pensarmi e di desiderare. Vedevo queste suore serene nella loro semplicità, felici”. A che ‘ordine’ appartenevano? “All’ordine delle suore Missionarie del Catechismo e ricordo che una di loro mi chiese: ‘ma tu sei contenta di come stai vivendo?’. Quella domanda mi ha scosso, ho capito che non ero contenta, pensavo di esserlo, ma non lo ero. Suor Clara mi ha detto: ‘leggi il salmo 138, quello che inizia con ‘Signore, tu mi scruti e mi conosci’. L’ho letto e mi sono messa a piangere, è stato come essere nuda davanti al Signore, mi sono sentita guardata nel profondo”. Nelle Filippine Anna resta un mese, basta per cambiare una vita? “Certo, per cambiare una vita basta anche un attimo”. Anna ritorna, ma non è più come prima. “Sono tornata e ho capito che qualcosa era cambiato dentro di me, desideravo ritornare là, vivevo una situazione strana, attirata da una parte verso qualcosa che stava succedendo dentro di me, e dall’atra parte richiamata alla vita di prima. Ho cercato di seguire quello che sentivo”. E Anna comincia a vedere le cose con un altro sguardo. “Ho capito per esempio che anche quando non frequentavo la parrocchia ma suonavo in chiesa l’organo e passavo ore ad esercitarmi, non lo sapevo ma pregavo. Quello che diciamo di San Francesco che è un uomo fatto preghiera può valere per tutti; non è solo questione di Ave Marie… quando suonavo entravo in relazione con Dio. Questo per dire che ci sono misteri che non comprendiamo subito; tutto è dentro un disegno di Dio”. Ma da allora sono passati dodici anni e tu sei entrata ufficialmente solo adesso in monastero; un cammino lungo: “Sì, non sapevo bene quello che mi stava accadendo. Ho continuato a seguire le suore in missione, sono stata in Messico, nel sud dell’India: girare non mi bastava più… un giorno capito a confessarmi dai frati a Sovere; senza che io chiedessi nulla il frate mi dice di andare a parlare con suor Veronica delle clarisse di Lovere”. Perché? “Non lo so”. E tu? “Ci vado, non sapevo nulla di clausura, vado lì e incontro una sorella che mi parla in un modo per me strano, mi sembrava fuori dalla logica consueta, parlava un linguaggio che non conoscevo. Sono tornata a casa e non ci ho più pensato”. E i tuoi cosa dicevano dei tuoi continui viaggi nel mondo delle missioni? “Non facevano storie, andavo in inverno quando il gelato non si vende molto e poi ero indipendente, vivevo sola. Nel frattempo infatti la ditta tessile aveva chiuso e io ero tornata a lavorare con i miei. Mi piaceva ma continuavo a sentire che mi mancava qualcosa”. La ricerca continua. “Un mio amico di Songavazzo mi invita ad andare a Clusone in una fraternità di Terziari laici che appartengono all’ordine di San Francesco, per iniziare un cammino spirituale. Mi sono aggregata. E’ stata un’altra esperienza che mi è venuta incontro, senza che io la cercassi. Ad un certo punto questi Terziari mi dicono che hanno organizzato un incontro con le clarisse a Lovere”. Ancora: “Sì, ero un po’ dubbiosa… Preparai una bella vaschetta di gelato, era estate, e andai con loro. L’’incontro era tenuto da Suor Veronica, la stessa con cui avevo parlato tempo prima. Quando vado a riprendere la vaschetta vuota mi viene incontro e mi invita ad una chiacchierata”. Non ti sembrava più un linguaggio fuori dal mondo? “No. Ero io che ero cambiata”. E Anna comincia a frequentare il convento: “Piano piano sentivo che si incontravano due linguaggi, il mio e il suo”. Quanti anni avevi? “36. Ho iniziato ad avvicinarmi sempre più al monastero”. Però continuavi a vivere fuori in una sorta di limbo: “Sì e continuavo a lavorare al bar con i miei, però frequentavo la comunità, e ad un certo punto ho chiesto di fare un’esperienza di vita con loro: ho trascorso un mese in monastero, avevo 37 anni”. Finisce il mese e ritorni a casa: “Ero contenta di tornare a casa ma nello stesso tempo avevo capito che c’era qualcosa di forte che mi legava lì”. Non avevi il vestito da suora in quel mese: “No, però vivevo con loro. Poi sono entrata: all’inizio è stato abbastanza sconvolgente. In questo ambiente la vita è completamente diversa da quella che vivi fuori, il cambiamento non è da poco, fuori ero abituata ad andare, ma non è suffciente girare, non è abbastanza spostarsi da un luogo all’altro, per trovare quello che si cerca. Quando si parla di clausura di solito vengono in mente le grate e non Dio; ma questo è un luogo per l’incontro con Dio, è una vita che vuol dire la bellezza di credere e dell’essere consegnata a Lui. Sono qui per amore, vorrei amare Dio e in Lui tutti gli uomini”. Ma la fatica c’è: “Sì e alla fne del primo anno ho chiesto di tornare a casa per un po’ di mesi; ho ripreso a fare il gelato. Ho chiesto sei mesi ma non sono stati abbastanza, mi sono ritrovata cambiata. Da un lato ero attratta dalla vita monastica, dall’altro ero un po’ confusa: sentivo che qualcosa era cambiato, anzi niente era più come prima”. Adesso erano i tuoi amici a parlare un altro linguaggio, non Suor Veronica? “Forse sì, quello che facevo e sentivo a casa non corrispondeva a quello che avevo incontrato qui”. Oggi c’è una mentalità dove se non appari non sei nessuno, tu hai scelto il contrario: “Guarda, il Vangelo di oggi sembra rispondere a questo; dice che il Regno di Dio non è qualcosa che si vede, che appare, ma il Regno di Dio è in mezzo a noi. Questa è la differenza, io avevo cominciato ad andare dentro di me, e quello che facevo fuori non mi bastava più”. Anna continua però a frequentare il monastero di Lovere. Passano due anni, duri: “Un cammino anche di sofferenza necessaria; a un certo punto ho chiesto di ritornare; avevo 42 anni”. Ad Anna brillano gli occhi. “Ed è stata tutta un’altra storia avevo fatto un cammino di consapevolezza, mi ero finalmente trovata”. E in quei due anni con gli amici come passavi le serate, le giornate? “Niente di importante, ci si trovava ogni tanto a cena; molti di loro avevano ormai una famiglia, mi trovavo bene; il bello è proprio questo, la mia non è stata una fuga dal mondo: mi gestivo, vivevo sola, stavo bene in qualsiasi posto perché dentro di me avevo già fatto dei passi importanti, ma qui era un’altra cosa”. Perché se uno sta così bene fuori non prova da fuori a contagiare gli altri ed entra in clausura? La domanda che si fanno sempre tutti: ma qui dentro chi aiutate? “Ma una coppia che si sposa, aiuta qualcuno? Noi aiutiamo dall’interno, preghiamo, sosteniamo, lavoriamo, noi restiamo nel mondo, perché nel mondo si resta per come si vive, non per dove si vive. E’ importante poi che una persona possa capire a cosa è chiamata. Se io adesso sto scoprendo quella che sono, lo devo proprio a questo tipo di vita. A casa sentivo che mi mancava una comunità, la comunità è in se stessa una testimonianza. Qui siamo insieme nel nome del Signore, non perché ho scelto io le sorelle con cui vivere”. Anna ripensa agli ultimi due anni fuori. “Ci si spaventa di fronte alla fatica e alla sofferenza, per me invece è stato fondamentale capirmi, rimanendo dentro la fatica e la sofferenza”. Perché l’attrazione per le suore di clausura e non per le altre dopo che comunque tu sei andata a scuola dalle suore? “Le suore di vita cosiddetta attiva non le ho mai sentite parte di me, non mi sento portata a fare queste attività. Ho fatto anche la catechista ma non era la mia strada”. Una comunità di 30 donne, mica facile: “Sì, non è facile, siamo normalissime, siamo donne, entriamo con la nostra storia, le nostre ferite e camminiamo insieme”. Domenica 1 novembre professione temporanea: “Che dura tre anni, un sì a Dio che si è concretizzato in questo contesto, un sì a Dio nella comunità, un sì in questo mondo. Un momento molto bello, avevo dentro una pace che veniva dal Signore; tutto viene dal Signore, l’importante è accorgersi che è un dono suo e che grazie a Lui si diffonde negli altri”. Questa tua professione che obblighi ti dà? “Essendo temporanea, i voti di obbedienza, povertà e castità sono per tre anni. Poi dovrò decidere se fare la professione solenne e definitiva. Per me è importante il sì a Dio che vuole la mia felicità”. E la moto? “Sarebbe un giretto piacevole”. Che cosa ti manca di più del fuori? “Oggi niente. Ho avuto la possibilità di andare a casa per le votazioni perché ho la residenza ancora a Songavazzo, ma allora mi sono resa conto che là non c’è più quello che desidero, e che la mia casa, ormai è questa. Questa forma di vita mi porta ad andare in profondità di me stessa, nella verità di ciò che sono davvero e questo è bello. Qui si va compiendo la mia femminilità, il mio essere donna. Mi sento una donna che impara ad amare, che non apre il cuore a un marito, ma all’umanità intera; sono qui per questo”. Non litigate mai fra suore? “Ma certo, come no. Ma proprio lì ci viene chiesto di cambiare, sopportare, di imparare a voler bene; la sostanza della vita è l’amore”. Tu sei l’ultima arrivata, quando si entra dove si viene destinati? “Si vedono le attitudini di chi entra, c’è un talento e il Vangelo lo dice, va valorizzato. Mi è stata affidata la responsabilità della musica, poi vado nell’orto, d’estate mi occupo del prato, ho un turno in cucina, incollo le icone e altri servizi in comunità”. La tv ti manca? “No, non la guardavo neanche a casa, vedevo solo il telegiornale”. Giornali e computer? “I giornali li leggiamo, il computer lo usiamo per quello che ci serve, compreso internet”. Anna sorride. “Vedo il meteo per regolarmi con l’orto… Comunque la cosa più importante è che io ho incontrato il Signore, e credo sia giusto conoscere questa nostra realtà: la vita monastica è l’incontro con la Parola di Dio, è silenzio, è ascolto, è festa, è quotidiano”. Tu hai incontrato Dio, tutti fuori hanno il desiderio di Dio. Com’è Dio? “Per me Dio è misericordia perché ne ho fatto esperienza; mi sento perdonata quando mi metto davanti a Lui nella mia povertà, nel mio bisogno. Lui fa cose grandi, Dio è amore, ma questo amore non è solo una questione fra me e Lui, è anche relazione orizzontale, una grazia per tutti”. Studiate teologia? “C’è qualche possibilità di studio, anche online. Io in questo periodo, mi dedico però, soprattutto, allo studio della musica”. Mi hanno detto che vengono molti poveri a chiedere aiuto: “Sì, vengono alcuni a chiedere da mangiare: da parte nostra riceviamo e condividiamo con gli altri”. Mi hanno anche detto che rinunciate a qualcosa per dividerlo con loro: “E’ importante questo cammino di sobrietà, avere troppo a volte, crea anche problemi”. Sei felice? “Sì, sono contenta. Grazie a Dio”. Grazie a te.