E il “Falco” planò in Procura (Coni) “Non so per cosa sarò interrogato. Ma se sospettano sia io Rider 1…”

    Paolo Sacoldelli

    Dov’è fnito il ciclismo che faceva sognare di scavalcare le montagne e lanciarci l’urlo come dicevano facesse lo svizzero Ferdi Kubler che sul Monte Ventoux quasi ci lasciava la pelle in quel lontano 1955, quando noi ragazzi si giocava ancora contro il muro della chiesa con le fgurine di latta con su i corridori dei nostri sogni? Prima Bartali e Coppi che il Curato non voleva si tenesse a quello che si era messo con la “dama bianca” che noi immaginavamo fosse un sorta di fantasma che gli appariva di notte, come nelle storie dei nonni dove i morti tornavano a tirarti le gambe se non avevi fatto giudizio. Io che tenevo a Gastone Nencini ero guardato con sospetto, capace fosse comunista (in realtà era socialista) quel toscanaccio grande discesista, rincorso invano nel 1960 al Tour (che avrebbe vinto alla grande) da Roger Rivière che per tenergli dietro in discesa dal Col de Perijuret andò giù per un burrone rompendosi la schiena. Il ciclismo raccontato alla radio lasciava spazio a orizzonti di gloria con Mario Ferretti che aprì il collegamento nel giugno del 1949 con la frase: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste. Il suo nome è Fausto Coppi”. E con le pesanti biciclette nere con i freni a… bacchetta, anche noi si arrancava sulle salite per lanciare l’urlo di avercela fatta, con quelle ruote con il battistrada spesso come un dito e le camere d’aria da portare alla fontana vecchia per scoprire dove cavolo si era inflato il chiodo traditore che ci aveva fermato nella grande impresa. Il ciclismo del mito, di una tappa di Vincenzo Meco che nel 1962 nella bufera di neve stacca tutti e arriva disfatto al traguardo di Passo Rolle. E il mio amico Mario che andò per terra nella curva di Rencurà, sotto il paese, davanti alla cascina dove mio padre parlava con le sue mucche, e volle che venisse intitolata a lui quella curva maledetta che lo aveva tradito nella sua folle discesa. Si mischiava il sogno con la realtà. Le immagini della prima tv in bianco e nero, Ercole Baldini che piomba su Como, Italo Zilioli che trionfa in cinque classiche autunnali consecutive e poi negli anni Felice Gimondi che vince il Tour e arriva l’anno dopo, nero in faccia, trionfando alla Parigi Roubaix. I grandi scalatori, i Charly Gaul, Federico Bahamontes, Julio Jménez, Imerio Massignan e poi… e poi Marco Pantani, l’ultimo che ha saputo far sognare di poter cavalcare sulle strade del mondo con il sudore e la fatica. Oggi mancano i grandi campioni e infuriano le cronache, “tutti dopati” si dice e poi sulle strade del Giro e del Tour però folle di gente appassionata che ancora cerca il suo sogno per interposta persona. E in una di queste cronache, nelle scorse settimane, è fnito anche un campione del nostro passato prossimo, Paolo Savoldelli, il “Falco”, il discesista folle che stava alla pari con i Magni e i Nencini del passato, uno che se perdeva tre minuti in salita te li rimangiava in discesa. Campioni si può essere anche così, nelle discese ardite della canzone di Battisti. Due Giri d’Italia in bacheca, mica paglia.

    Della cronaca parleremo più avanti. Cominciamo invece dal fatto che non sei più cronista della Rai, sulla motocicletta, quando commentavi gli scatti dei tuoi ex colleghi di fatica. Cosa è successo? “E’ successo che ho avuto una discussione con Auro Bulbarelli che allora era direttore del Ciclismo in Rai e vicedirettore di Rai Sport. Era iniziata la stagione e avevo già fatto alcune telecronache senza avere un programma defnitivo per l’anno, successivamente me lo ha inviato e me lo sono trovato dimezzato rispetto agli accordi verbali. Lui disse per questione di soldi, poi fu evidente che il motivo non fosse quello. Gli ho detto di comprare un casco a Sgarbozza e mandare lui in moto!”. Quindi non è vero che sei stato cacciato… “No, sono io che ho salutato tutti e me ne sono andato”. E adesso? “Curo dei servizi su un canale monotematico dedicato al ciclismo, sulla piattaforma Sky al canale 214 bike cannel, sono anche nel comitato redazionale e poi mi curo della mia azienda, un’Immobiliare”. Che visti i tempi non andrà molto bene… “Non è sicuramente uno dei periodi migliori ma non abbiamo mai fatto il passo più lungo della gamba”. Insomma non hai rischiato come facevi in discesa… “Il mercato è in salita, ovvio, siamo in un mondo caratterizzato dalla iperproduzione, facciamo sempre più roba di quella che serve, Negli anni passati le Banche fnanziavano tutto, un’economia pompata, adesso paghiamo quel periodo, da almeno una quindicina d’anni le grandi aziende gradualmente hanno spostato la produzione dall’Italia creando tanta disoccupazione ed è il lavoro che crea la ricchezza…”. Vedete? Non siamo più ai tempi dei corridori che nell’intervista dopo la tappa sapevano dire solo “Ciao mamma”. Torniamo al ciclismo. Anche qui è stato “pompato” come l’economia? Una volta c’era il capitano e i suoi gregari che si fermavano alle fontane a riempire le borracce. Oggi vanno tutti forte, reggono medie altissime, il “capitano” sembra che uno lo diventi quasi per contratto. “Guarda, ci sono corridori che sanno fare una cosa e altri che sono capitani perché sanno reggere certi stress. Ho avuto compagni che tiravano e mi dicevo, ma va più forte di me. Il giorno dopo, non sentendomi in forma, gli ho detto, oggi è il tuo giorno, ho visto che ieri andavi davvero forte, fai la tua tappa. Ma spesso il giorno dopo con la pressione addosso crollava prematuramente. Il ciclismo è fatica ma anche testa”. A proposito di fatica, tra noi che siamo spettatori serpeggia da sempre quella che sembra una certezza, per forza si dopano, come fa un uomo a reggere tre settimane di tappe tra i 150 e i 200 km al giorno, salite impressionanti e discese pericolosissime, scatti, fughe, rincorse, volate…? “Premesso che se negli anni 70 hanno messo i controlli anti doping è perché il doping esisteva, quando inizia la stagione e partecipi a una breve corsa a tappe di 4-5 giorni, succede che alla seconda hai già le gambe in croce, stai magari preparando la stagione in cui farai il Giro d’Italia e pensi, non ce la farò mai, sono già sfnito dopo due tappe… Poi alla gara successiva vai meglio e via dicendo. Insomma l’allenamento ti porta poco a poco a reggere la fatica. Ovviamente più passano gli anni più il recupero diminuisce”. Ma ti aiutano le medicine, il doping? “Sicuramente, comunque se fai correre un asino in un ippodromo non è che, dopandolo, diventa un cavallo… Ma devi tener presente una cosa. Io sono del 1973. Della mia classe quanti hanno cominciato a pedalare in Italia? Migliaia, ma al professionismo siamo arrivati in pochi. Così in tutte le nazioni. C’è una selezione feroce anno dopo anno e arrivano a far carriera solo i migliori. Per questo poi reggono certe grandi corse. Per quanto riguarda il doping se ne ha notizia fn dai primi passi del ciclismo, due fratelli corridori, i Rivier, negli anni venti rivelarono a un giornalista che c’erano ciclisti che facevano uso di cocaina e cloroformio per non sentir la fatica… O non si è anche detto che Coppi usava anfetamine? Allora c’erano tappe lunghissime, anche 400 chilometri, non potevi correre a pane e salame”. Quindi il doping c’era e c’è. “I casi ci sono e non solo nel ciclismo. Del resto la medicina fa progressi e l’antidoping non fa che rincorrere, arrivando sempre in ritardo. Ma i rischi che un tempo erano pochissimi adesso diventano elevatissimi. Ti faccio un esempio. Eddy Merckx viene escluso per uso di sostanze dopanti al Giro d’Italia. Un mese dopo va al Tour e lo vince. Oggi la squalifca sarebbe di due anni e la carriera di un ciclista se non fnisce, di certo gli fa perdere gli anni migliori. Poi le provette possono essere congelate conservate e analizzate fno a 8 anni dal prelievo utilizzando nuovi test antidoping”. Tu hai corso con Pantani e proprio nel giorno in cui veniva fermato con l’ematocrito troppo alto dovevi indossare la maglia rosa, che rifutasti di indossare. Poi in quel Giro del 1999 arrivasti secondo dietro Gotti, altro bergamasco chiacchierato con l’accusa di portarsi dietro una sorta di camper-farmacia… “L’ematocrito: l’Unione ciclistica internazionale aveva fssato in 50 il limite massimo per la salvaguardia della salute dell’atleta. Ma ognuno ha valori diversi che cambiano anche nel corso della giornata per la sudorazione, la fatica, l’altitudine, quindi è un parametro molto discutibile, Pantani ad esempio non è mai stato squalifcato per doping”. Perché Pantani è stato l’ultimo mito del ciclismo? “Prima di tutto perché era uno scalatore che faceva sognare tutti facendo grandi attacchi e imprese da lontano, poi per il suo modo di essere diverso da tutti, Pantani già nei tre Giri d’Italia dilettanti era sempre stato nei primi tre. L’ho conosciuto bene, nel gruppo si chiacchiera. Lui era un artista. Hai presente un artista? Era introverso, a suo modo timido, per assurdo gli piaceva prendere la salita nelle ultime posizioni del gruppo per aver la soddisfazione di rimontarli tutti. Si sa che gli artisti non hanno comportamenti lineari, sono geniali in alcune cose e incomprensibili in altre. Ma quando hai sette Procure che ti indagano (anche per farsi pubblicità) non riesci a reggere, a gestire la situazione”. Sai che c’è un giornalista francese che ha scritto un libro in cui sostiene la tesi che sia stato ucciso per gli interessi delle case farmaceutiche cui non si sarebbe piegato? “Si lo so ma non l’ho letto, ma a quel che ne so non sono state trovate le prove”. Pantani si è scontrato con il “mostro”, appunto Lance Amstrong. Anche questo corridore lo hai conosciuto bene. “Sono entrato nella sua squadra l’ultimo anno, il 2005, quando ha vinto il suo ultimo Tour”. Adesso salta fuori che c’era tutta un’organizzazione dietro che l’antidoping non è riuscita a individuare, un sistema dopante scientifcamente avanzato. Tu ti sei allenato con lui, quindi ne eri a conoscenza? “Io sono stato ingaggiato discovery nel 2005, sono stato in America per due ritiri quando si è stilato il programma per le gare, alle Thenerife una settimana per allenamento. Poi io, dovendo preparare il Giro che Armstrong non faceva, ho fatto tutta un’altra preparazione, lontano dal suo gruppo che doveva fare il Tour. Quell’anno ho vinto il Giro poi mi è stato chiesto di aiutare Armstrong nel Tour e ci sono andato (ho vinto anche una tappa), ma in realtà non ho mai fatto parte davvero del suo gruppo, anche se per me, aldilà del doping, era un atleta formidabile”. E però adesso sei fnito in cronaca, il tuo nome a grandi caratteri sui giornali, la procura antidoping ti ha notifcato delle infrazioni. “Le cose stanno così: il 31 gennaio la Procura del Coni mi ha inoltrato una richiesta di comparizione per la data del 12 febbraio che è già stata rinviata perché in quella data non ero libero per impegni di lavoro. In realtà non so nemmeno il motivo preciso… Inizialmente pensavo fosse una conseguenza alle dichiarazioni sul ciclismo di Danilo Di Luca essendo stato suo compagno di squadra, studiando però poi gli articoli che mi contestano sono arrivato a questa conclusione: un articolo è per frequentazione di persona inibita e sicuramente si tratta del dott. Ferrari con cui ho collaborato in passato. Sottolineo il fatto che nessuno sapeva fosse inibito compresa la Fci come da ammissione del presidente Di Rocco. Gli altri due articoli che mi contestano, ‘probabilmente’ sono conseguenti al dossier Usada su Armstrong dove in 220 pag circa io non vengo mai chiamato in causa. Tom Danielson nella propria confessione cita un episodio risalente al 2006 (sintetizzo) dove avrebbe chiesto al manager della squadra Bruinell se organizzava doping di squadra per il Giro 2006. Al suo diniego chiede al medico Ferrari la stessa cosa ricevendo la stessa risposta quindi chiede a un compagno di squadra chiamato nel dossier Rider 1 (ciclista in inglese) se gli può dare doping e questo a suo dire risponde: ce l’ho solo per me. Ovviamente io ero a quel Giro e non mi sono mai preoccupato della cosa sapendo di non essere io quel Rider n 1. Sui giornali articoli recenti con giri di parole ipotizzano il contrario, Tom Danielson nel 2005 ha partecipato al Giro da me vinto ritirandosi alla nona tappa senza mai partecipare al lavoro di squadra nelle fasi salienti e secondo me senza soffrire fno in fondo per restare in corsa. Per la cronaca era l’uomo che doveva restarmi vicino sulle montagne essendo dipinto da tutti come l’astro nascente americano. Nel 2006 io avrei preferito non averlo in squadra non per le sue prestazioni che erano di tutto rispetto ma perché non era un uomo squadra, ma mi è stato imposto. Si ritirò poi alla 19ª tappa. Spero vivamente non abbia ‘farcito’ questa sua confessione, perché è stato poi squalifcato 2 anni per doping ridotto a 6 mesi per collaborazione… Staremo a vedere. Aggiungo che sarebbe una buona cosa prima fare le indagini e accertare le violazioni poi fare i comunicati ai giornali, è curioso che ti convochino senza nemmeno dirti il perché”. Resta tra la gente la sensazione comunque, che vi becchino o meno, che siate tutti dopati. “E’ un po’ come la storia che tutti i politici sono corrotti. E comunque bisognerebbe anche valutare le misure… Mi spiego. Se un negoziante viene accusato di non aver rilasciato tre scontrini, certo, non è a posto al 100% e pagherà per la mancanza. Ma se un negoziante non ha nemmeno la cassa e non rilascia mai scontrini capirete che la sua posizione è ben diversa, ci sono una miriade di norme da rispettare e di controlli da subire. Mi è stato dato in quegli anni un librone con l’elenco di tutti i farmaci che non potevamo assolutamente prendere. Nell’elenco ci sono medicine che la pediatra può prescrivere al tuo bambino e che tu puoi prendere ogni giorno in farmacia ma lì sospettano che lo fai per migliorare la prestazione… Il ciclismo è fatto di fatica, sudore, sacrifcio e doti fsiche, il ciclismo conta poco nel sistema sportivo dove è il calcio a farla da padrone, la gente nonostante tutti i problemi lo segue in massa, non voglio ripetermi ma concludo dicendo che un asino, anche se lo dopi e lo metti alla partenza di una gara in un ippodromo, non diventerà mai un cavallo”. Come un passerotto, per simpatico che sia, non diventerà mai un “Falco”.

     

    PAOLO SAVOLDELLI

    E il “Falco” planò in Procura (Coni) “Non so per cosa sarò interrogato. Ma se sospettano sia io Rider 1…”

    Nato a Clusone il 7 maggio 1973, professionista dal 1996 al 2008, vinse il Giro d’Italia nel 2002 e nel 2005. Soprannominato Il falco per le sue straordinarie qualità di discesista (uno dei più forti di sempre), aveva ottime qualità di cronoman ed una buona capacità di difendersi in salita. Entrò nel mondo del ciclismo professionistico nel 1996. Nel 1999 arrivarono i primi grandi successi: vinse infatti il Giro del Trentino, il Trofeo Laigueglia ed una tappa del Giro d’Italia, in cui si classifcò secondo nella classifca fnale dietro a Ivan Gotti. In quell’edizione del Giro fu anche in maglia rosa per un giorno, maglia che decise di non indossare in seguito alla squalifca di Marco Pantani. Nel 2002 vinse il Giro d’Italia. Da quel momento in poi, la fortuna incominciò a voltare le spalle a Savoldelli: tra il febbraio 2003 e il gennaio del 2005 ebbe parecchi infortuni: cadde mentre si allenava a Tenerife, ebbe un incidente con una moto mentre si allenava in Germania quindi si ruppe il polso durante il Giro di Colonia, riportando anche un trauma cranico; infne, gli esplose una ruota mentre si allenava in California, e riportò la frattura della clavicola destra. Dopo due annate alla T-Mobile Team (ex Team Telekom), nel 2005 si trasferisce nella Discovery Channel, l’allora squadra di Lance Armstrong. Con il nuovo team vince il Giro d’Italia 2005, precedendo Gilberto Simoni e giungendo così alla defnitiva consacrazione: Savoldelli, con quella vittoria, impone la propria immagine di ciclista dotato di una sagacia tattica fuori dal comune, come dimostra la decisiva tappa del Colle delle Finestre. . Nello stesso anno partecipa anche al Tour de France in qualità di gregario di Lance Armstrong. Si toglie la soddisfazione di contribuire alla vittoria del suo team nella cronometro a squadre e soprattutto di vincere la diciassettesima tappa. Si classifca quinto al Giro d’Italia 2006, vincendo la prima cronometro e indossando la maglia rosa. Nell’agosto del 2006 Savoldelli viene ingaggiato dall’Astana, squadra del Kazakistan. Nel 2007 vince il cronoprologo di Friburgo al Tour de Romandie e il 2 giugno fa sua la ventesima tappa del Giro d’Italia 2007, una cronometro individuale da Bardolino a Verona, precedendo Eddy Mazzoleni e lo statunitense David Zabriskie. Nonostante la vittoria nella cronometro Savoldelli non riesce comunque a puntare alla maglia rosa fnale a causa di una caduta che compromette la sua classifca. Nella stagione 2008 corre per la LPR Brakes-Ballan assieme a Danilo Di Luca. Al giro del 2008 pur partendo capitano assieme all’abruzzese, per via di una bronchite si mette a disposizione del suo compagno di squadra e assieme inscenano un attacco nella tappa della Presolana. Il Falco, mostrando coraggio e intelligenza tattica, riporta in classifca con una fuga a lunga gittata Di Luca (secondo al traguardo e terzo in generale dopo la tappa), che però non riuscirà a completare il suo Giro sul podio pagando lo sforzo nella tappa successiva con la leggendaria salita del Mortirolo. Il 4 luglio dello stesso anno si ritira dal ciclismo agonistico. * * * La Procura antidoping del Coni ha convocato Paolo Savoldelli ‘a seguito degli sviluppi delle indagini in corso’’. La decisione è collegata all’inchiesta dell’Agenzia antidoping americana (Usada) su Lance Armstrong, i cui incartamenti sono arrivati in Italia e da cui risulterebbe il coinvolgimento dell’ex ciclista bergamasco, che nel 2005 e 2006 corse con la Discovery Channel del texano. Savoldelli è accusato, fra l’altro, di ‘’uso o tentato uso di sostanza o metodo dopante’, (2.2), ‘somministrazione di sostanza vietata’ (2.8) e ‘per essersi avvalso della consulenza e prestazione di soggetto inibito’