L’ACCUSA DI OMERTÀ ALLE VALLI

    Nel racconto di uno della squadra degli investigatori (La Repubblica, mercoledì 18 giugno) c’è stata un’accusa precisa, che metteva nero su bianco la sensazione, mista a una certa sorpresa, che ci era stata confidata mesi fa da altri investigatori che sono venuti da noi, in redazione, per raccogliere qualche indiscrezione: “Non parla nessuno, sono tutti reticenti, sembra di essere al sud”. Avevo risposto: “Convocare qualcuno in caserma lo mette sul chi vive”. E avevo citato Simenon e le inchieste del commissario Maigret, i suoi giri discreti nelle osterie del paese, bevendo e chiacchierando, fiutando l’aria, ascoltando le chiacchiere a ruota libera, in veste di passante per caso. E adesso l’accusa: “La vera anomalia di questa indagine, dal primo all’ultimo giorno, è stata la mancanza di testimonianze, di racconti. A parte il Bigoni, ex collega del Guerinoni (testimonianza raccolta da Anna Carissoni e pubblicata su Araberara del 22 marzo 2013, ripresa da televisioni e giornali, da cui è ripartita l’indagine – n.d.r.), in quattro anni non ci è mai arrivata una dritta interessante. Nemmeno anonima. Eppure l’assassino era lì, in casa, sul territorio. Non ricordo un’altra indagine di polizia dove ho trovato un muro di gomma così alto e spesso su storie di corna. Zero assoluto. Sembra incredibile, sono tradimenti di mezzo secolo fa, eppure nessuno ha parlato”. Questa non è una difesa d’ufficio, anzi. C’è stata omertà, indubbiamente. Come c’è stata per altre vicende. Fanno ridere le obiezioni del tipo: “Perché non parlano delle belle manifestazioni che organizziamo sul territorio, ma solo di fatti di cronaca nera?”. Davvero bisogna spiegargli il perché? Glielo possono spiegare bene quelli che, proprio anche di quei paesi, vanno in massa a comprare i giornali, che si attaccano ai telegiornali e ai talk show mica per sapere se a Gorno o a Valbondione fanno la sagra dei casoncelli, ma proprio per sapere come sono andate le cose, chi ha rubato, chi ha imbrogliato, chi ha ucciso e perché. Le storie che si raccontano gli uomini, da che mondo è mondo, sono sempre quelle tragiche, dall’Iliade e Odissea (non solo la guerra ma gli intrecci amorosi, fin dalla causa della guerra, una moglie, Elena, che scappa con l’amante, Paride) giù giù fino ai romanzi e alle cronache dei giornali. Ma i cronisti, come gli investigatori, devono cercarsele le notizie, aspettare che te le vengano a spiattellare è, per fare il verso a uno dei peccati contro lo Spirito Santo che studiavamo a catechismo, presunzione di sapere senza merito. Ma è comunque emerso, anche nel nostro cercare “la donna del mistero”, insomma l’amante di Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno, padre naturale del presunto assassino di Yara, una miriade di storie che un tempo facevano scandalo e oggi, se non ci fosse stata l’omicidio di una ragazza, farebbero un baffo a tutti. Ma proprio per questo non si capisce la reticenza. Almeno cinque di quelle “ragazze” d’antan sono state controllate e scagionate. Fine della (loro) storia.

     

    QUEL VICINO DI CASA SCONOSCIUTO

     

    (p.b.) Reato e peccato. Si discute di chi ha violato il quinto comandamento, che per la società civile è anche reato (non ammazzare) e però, nella ricerca si è finiti per trovare chi ha peccato (ma non ha commesso reato) contro il sesto comandamento, che ha prodotto un figlio, che sarebbe appunto il presunto omicida. “E comunque, anche si trovasse la madre del presunto assassino, non è lei la colpevole. Ricordiamocelo quando succederà”. Lo scrivevo nell’aprile di un anno fa. E’ successo. Colpevoli non sono, di fronte alla legge, né il Guerinoni né la Arzuffi. C’è un presunto colpevole che non è stato ancora giudicato. Ma già, nel chiuso delle nostre case, abbiamo emesso sentenze, di colpevolezza e assoluzione. Anche perché l’annuncio, con nome e cognome, di chi è l’assassino, è stato dato dal Ministro degli Interni, mica dall’ubriacone del paese. E la scienza lo conferma. E’ la stessa che ha fatto testo in tribunale per i figli di (Maradona e Balotelli i casi più recenti). Le facce degli assassini sono sempre più spesso quelle dei vicini di casa, gente tranquilla, “per bene”, che va a messa, porta i bambini a scuola, va al lavoro con il furgone, saluta per strada. Lombroso sarebbe deluso, le sue teorie smentite dalle fotografie. Fin che confessano resta l’incredulità, no, non può essere lui. Poi, quando e se arriva la conferma, la delusione si fa rabbia, per  essere stati ingannati dalle apparenze, ci sentiamo offesi, ci ha fregato con le buone maniere di facciata e noi ci siamo cascati. Un’offesa personale che chiama vendetta. Che si aggiunge a quella mediatica che raduna decine di persone che pretendono il linciaggio in diretta televisiva, “datelo a noi”, come nel far west quando lo sceriffo deve difendere il delinquente dalla folla inferocita, della serie “impiccalo più in alto” del celebre film. Le giustizie sommarie popolari sono vendette gratuite, si capirebbe quella invocata dai famigliari (che in genere invece sono più dignitosi nel loro dolore devastante). La vicenda del delitto di Yara è sintomatica, in genere l’estate si annuncia con l’apertura del giallo di stagione, questa estate si è annunciata con la soluzione di due gialli, uno lampante, di quel padre che massacra la famiglia a Motta Visconti (provincia di Milano, non di Caltagirone) e quello datato appunto che riporta la storia in alta valle Seriana, tra Gorno, Parre e Clusone. Escono così di scena le “ragazze madri” dei paesi dell’altopiano. Il delitto più efferato è quello del ragioniere di banca che massacra moglie e figlie con un coltello, si ripulisce a va a vedere la partita di calcio. Eppure i giornali di martedì 17 giugno capovolgevano lo spazio, dato alla storia di Yara che, si scrive, ha tenuto col fiato sospeso l’Italia per quattro anni (e nei giorni seguenti l’altra notizia era sparita). Nessuno è restato davvero col fiato sospeso, nessuno aveva paura dell’assassino, era questione solo di puntiglio mediatico, nemmeno di compassione per quella ragazza uccisa in una sera di troppi anni fa. Nel frattempo hanno ucciso decine di altre persone e i delitti sono finiti in una colonna sul giornale, come cantava Guccini. La scaletta dell’importanza delle notizie e delle morti si adatta ai tempi, un giallo per essere avvincente deve lasciarti col fiato sospeso almeno il tempo di qualche centinaio di pagine del libro, della storia. Quello di Motta Visconti non interessava perché si è risolto subito. Insomma non è la morte che in realtà ci scandalizza (non arrossiamo più per niente), ma ci sfruculia il giallo, il mistero. Basta ci sia, prima o poi, meglio poi, la soluzione. Forse la storia di Yara è più “banale” (sempre Guccini) di quel che si sospetta, lo vedremo e lo capiremo. Resta quel volto dell’ennesimo vicino di casa, frequentatore di bar, che raccontava barzellette su facebook. E che sembrava proprio “una persona per bene”. Perché in realtà non conosciamo davvero più nessuno, nemmeno i vicini di casa. Nemmeno chi abita con noi in casa, se è quella donna ha lasciato credere al marito che quei due erano figli suoi. Non ci ha aiutato, fin dal principio, aver morso la mela dell’albero della conoscenza del bene e del male nel giardino incantato dell’Eden. Da subito c’è stato il delitto di Caino che ha ucciso il fratello Abele. Quel giallo l’ha risolto Dio stesso con il suo “occhio” (l’oeil était dans la tombe et regardait Caïn – Victor Hugo) investigativo. Di quel tentativo di ergerci alla pari di Dio, non è rimasto nemmeno il sapore.

    I GENITORI DI YARA

    Fulvio e Maura. Genitori di Yara. Per tre anni e mezzo sono stati zitti. Non hanno fatto polemiche. Non hanno alzato i toni. Nessuna scena all’italiana ma tanta dignità. E il giorno dopo l’arresto di Massimo Bossetti prendono le distanze dai forcaioli e da tutti quelli che chiedono la pena di morte e invitano a pregare per Bossetti. Fiori nella palude (

     

    Il Negroni dà la svolta con una confidenza

    “Non ci sono delitti perfetti”. Lo ha dichiato uno degli investigatori del caso Yara. Più che una constatazione, era una sorta di esorcismo. Solo i romanzi gialli finiscono, come i salmi, tutti in gloria. Quello dell’uccisione di quella ragazza tredicenne che, uscita dalla palestra, scompare per essere ritrovata morta mesi dopo in un campo, sembra definitivamente risolto. Ma come ci si è arrivati al nome e cognome della madre, cercata per un anno inutilmente, rispolverando storie vecchie di “ragazze madri” dell’altopiano seriano e dintorni? La genesi è partita in valle così come l’epilogo si è trovato in valle. Ecco come. Dopo il delitto e il ritrovamento sugli indumenti di Yara di “materia” sufficiente per ricavare il Dna del potenziale assassino, c’è stato un primo colpo di fortuna. In una discoteca dei dintorni si fanno prelievi e uno di questi risulta “compatibile” con il dna dell’assassino. E’ quello di Damiano Guerinoni che risulterà nipote del padre del presunto assassino. Da lì infatti si risale alla ricerca del ceppo originario, il che porta la ricerca in Val del Riso. Un altro colpo di fortuna è trovare, sul retro di un vecchio francobollo il Dna di Giuseppe Guerinoni, un autista del famoso “tramino” che faceva la spola da Ponte Selva e Parre fino a S. Lorenzo, morto nel 2009. Non ci sarebbe bisogno di riesumare il cadavere, il Dna è quello giusto, bisogna solo controllare quelli dei figli. Ma i controlli non danno il risultato sperato, bisogna trovare un figlio “illegittimo” che abbia lo stesso Dna di quello rilevato sul cadavere di Yara. Il paese si chiude a riccio, il Guerinoni faceva l’autista, era sposato, ha avuto figli, viene descritto come un uomo tutto d’un pezzo, integerrimo. Vicolo cieco, se il Guerinoni non ha avuto altri figli, da un’altra donna, l’indagine muore sul nascere. Tutto questo si sfalda quando il 22 marzo 2013 esce su Araberara un’intervista (fatta da Anna Carissoni) a un uomo di Parre, collega del Guerinoni (che noi mettiamo con uno pseudonimo ma che poi si concede a interviste televisive e giornalistiche e si rivela essere Vincenzo Bigoni), che conferma il fatto che l’autista di Gorno aveva messo incinta una donna “non so se di Rovetta, Songavazzo, Onore o San Lorenzo ma comunque di un paese dell’altopiano”. In redazione di Araberara arrivano le Tv, Rai Uno e Rete Quattro, chiamano i quotidiani nazionali, tutti a… congratularsi per lo scoop, definito una “svolta decisiva”. Veramente a noi non sembrava di aver fatto chissà che. Ma il fatto che esista un “figlio illegittimo” conferma la tesi degli inquirenti. Da adesso si cerca la madre. E qui si scatena la ricerca alla “ragazza madre”. E sorprendentemente ne saltano fuori in numero rilevante. Noi stessi troviamo le tracce e la storia di cinque ragazze. Gli inquirenti controllano, non corrispondono. Il 24 maggio Araberara esce con l’intervista (di Aristea Canini e Angelo Zanni) a un personaggio che si rivelerà decisivo nell’indagine e nella soluzione del caso, Antonio Negroni. Siamo arrivati a lui su indicazione di un clusonese, “andate a sentirlo, era amico del Guerinoni”. I nostri due inviati parlano con lui per un’ora e mezzo, in casa sua, si lascia fotografare, difende la figura dell’amico “Uomo con la U maiuscola”, e offre una pista che si rivela “depistante”, quella della Casa dell’Orfano e di un sospetto che avrebbe l’ultimo cappella no della struttura, Padre Arturo, che abita vicino a lui. Il giorno dell’uscita di Araberara si scatenano le reazioni, tutti tendono a smentire, limare, rettificare. In realtà il Negroni aveva detto poco o nulla di utile, anzi, col senno del poi, ha depistato alla grande, pur sapendo benissimo invece come stavano le cose, addirittura conoscendo nome e cognome della madre. Ma restava il fatto che era uno che conosceva il Guerinoni, come il Bigoni di Parre. Anche qui altri collegamenti televisivi, arrivano di nuovo a frotte i giornalisti che stranamente però tornano a concentrarsi solo su San Lorenzo e non si capisce il perché visto che Bigoni aveva elencato vari paesi dell’altopiano. Poi per qualche mese cala il silenzio, anche se i prelievi dei Dna continuano, così come gli interrogatori in caserma. Ma c’è un maresciallo dei carabinieri, Giovanni Mocerino, 58 anni, che fa parte del pool investigativo ma segue metodi antichi, quelli discreti di chi parla e soprattutto ascolta, senza divisa, con l’atteggiamento di “uno di noi”. “Uno che sa parlare alla gente di questa valle, chiusa al limite della reticenza – scrive Niccolò Zancan su La Stampa, il quotidiano che dà atto ad Araberara di essere l’unico giornale che ha intervistato il Negroni – Uno che è arrivato a lavorare nella polizia giudiziaria della Procura di Bergamo, ma non ha smesso di fare il vecchio lavoro da investigatore di strada”. E’ lui che “tampina” il Negroni. Ha capito che l’uomo sa più di quello che ha raccontato ad Araberara. La sua intuizione e un lavoro di convinzione porta alla rivelazione. Antonio Negroni si arrende e fa il nome della “donna del Guerinoni”, è Ester Arzuffi. Il maresciallo torna a Bergamo e fa il nome della donna. Negli archivi la donna risulta già “controllata”, nel pacchetto delle donne emigrate dall’alta valle in quel di Brembate, le è già stato fatto il “tampone” per il Dna, non è risultato compatibile. Il maresciallo torna dal Negroni, mi hai detto una balla, non è la donna che cerchiamo. Il Negroni ha un sussulto di dignità e ribadisce, è lei. Il maresciallo per scrupolo fa chiedere una nuova verifica. E salta fuori che circa 1.800 “tamponi” erano stati erroneamente messi a confronto non con il Dna del presunto assassino, ma con quello di… Yara. Un errore che poteva portare al delitto perfetto se non fosse stato per l’ostinazione del maresciallo. E tacchete, ecco che i due Dna sono compatibili. Non resta che avere il Dna del figlio di Ester, Massimo Giuseppe (il nome del padre vero). Lo fanno, per non insospettirlo, a un finto posto di blocco stradale con l’etilometro. Geniale. E tutto corrisponde, ogni tassello va al suo posto. E’ così che, dopo essere partito da qui, tutto torna… in alta valle, tra Gorno (paese di origine del Guerinoni), Ponte Selva (dove la famiglia Bossetti e la famiglia Guerinoni vivevano nello stesso edificio, erano vicini di casa fino al 1969), Villa d’Ogna (dove Ester ha lavorato e veniva portata al lavoro, sostiene, dal Guerinoni o dal Bigoni) e Piario (dove ave- vano casa gli Arzuffi), Parre (paese del Bigoni) e Clusone (dove risiede il Negroni). E così quello che sembrava destinato ad essere prima o poi archiviato come “delitto di ignoti”, praticamente “delitto perfetto”, ha avuto il suo finale a sorpresa. Come in ogni giallo. Anzi, ancora una volta la realtà ha superato ogni fantasia di romanziere. Tutto è partito in alta valle, tutto è tornato in alta valle.

     

    IL DELITTO E L’INDAGINE

    26 novembre 2010, A Brembate di Sopra si perdono le tracce della giovane Yara Gambirasio, 13 anni. Attorno alle 18.30 Yara, atleta di ginnastica ritmica, esce dal palasport del paese distante solo poche centinaia di metri da casa, ma dopo 15 minuti il suo cellulare è già spento. Gli investigatori ascoltano i famigliari, gli amici, i compagni di scuola, ma non emergono elementi utili a ritrovarla. Un fascicolo per sequestro di persona viene aperto dalla Procura di Bergamo.

    30 novembre 2010: le ricerche si concentrano in un cantiere a Mapello, comune al confine con Brembate, dove è in costruzione un centro commerciale e dove gli inquirenti vengono condotti dal fiuto dei cani specializzati: il sospetto è che la ragazza sia stata prelevata proprio in quel punto. Il cellulare di Yara, prima di essere spento, ‘aggancia’ proprio quella zona.

     5 dicembre 2010: un marocchino di 22 anni viene fermato su una nave diretta in Marocco perché sospettato del sequestro e dell’omicidio di Yara: è Mohammed Fikri, un operaio del cantiere dove si erano concentrate le ricerche dopo che i cani avevano fiutato tracce della ragazza. A insospettire gli investigatori la decisione di lasciare lavoro e casa all’improvviso e imbarcarsi per l’Africa. Pochi giorni dopo le accuse contro Fikri vacillano: da alcune frasi intercettate si pensava di aver trovato la soluzione del giallo, ma alcune parole in arabo mal tradotte e un biglietto per il Marocco già in tasca da tempo fanno cadere l’ipotesi di una fuga. Il 7 dicembre Fikri esce dal carcere.

     28 dicembre 2010: Fulvio e Maura Gambirasio, i genitori di Yara, rivolgono un appello ai presunti sequestratori. “Noi vi preghiamo: ridateci nostra figlia. Aiutateci a ricostruire la via della nostra normalità. Imploriamo la pietà di quelle persone che trattengono Yara, desideriamo che nostra figlia faccia ritorno nel suo mondo, nel suo paese, nella sua casa, nelle braccia dei suoi cari”. Pochi giorni dopo la famiglia chiede il silenzio stampa “per dar modo agli inquirenti e alle forze dell’ordine di svolgere l’attività investigativa con maggior serenità e tranquillità”.

     26 febbraio 2011: il corpo di Yara Gambirasio viene ritrovato nella zona industriale di Chignolo di Isola. Coperta da alcune sterpaglie in avanzato stato di composizione il suo corpo viene trovato da un passante, vicino a un’area industriale pochi metri da una stradina non asfaltata che si trova vicino al torrente Dordo. 28 maggio 2011: Lutto cittadino per i funerali di Yara. Tra i messaggi per ricordare la vittima c’è anche quello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: la cui storia “ha commosso tutta l’Italia”. “Il mio auspicio – scrive il Capo dello Stato – è, naturalmente, che si riesca a far luce sull’atroce delitto e a rendere giustizia alla memoria della povera Yara : per quanto talvolta il cammino per giungere a tali risultati sia difficile e incerto ne sia l’approdo”. “Dall’inizio dell’inchiesta abbiamo fatto tantissimi passi in avanti e spero – spiega il pm di Bergamo Letizia Ruggeri – che tutto questo lavoro non sia vano. Le forze dell’ordine continuano calo più in alto” del celebre film. Le giustizie sommarie popolari sono vendette gratuite, si capirebbe quella invocata dai famigliari (che in genere invece sono più dignitosi nel loro dolore devastante). La vicenda del delitto di Yara è sintomatica, in genere l’estate si annuncia con l’apertura del giallo di stagione, questa estate si è annunciata con la soluzione di due gialli, uno lampante, di quel padre che massacra la famiglia a Motta Visconti (provincia di Milano, non di Caltagirone) e quello datato appunto che riporta la storia in alta valle Seriana, tra Gorno, Parre e Clusone. Escono così di scena le “ragazze madri” dei paesi dell’altopiano. Il delitto più efferato è quello del ragioniere di banca che massacra moglie e figlie con un coltello, si ripulisce a va a vedere la partita di calcio. Eppure i giornali di martedì 17 giugno capovolgevano lo spazio, dato alla storia di Yara che, si scrive, ha tenuto col fiato sospeso l’Italia per quattro anni (e nei giorni seguenti l’altra notizia era sparita). Nessuno è restato davvero col fiato sospeso, nessuno aveva paura dell’assassino, era questione solo di puntiglio mediatico, nemmeno di compassione per quella ragazza uccisa in una sera di troppi anni fa. Nel frattempo hanno ucciso decine di altre persone e i delitti sono finiti in una colonna sul giornale, come cantava Guccini. La scaletta dell’importanza delle notizie e delle morti si adatta ai tempi, un giallo per essere avvincente deve lasciarti col fiato sospeso almeno il tempo di qualche centinaio di pagine del libro, della storia. Quello di Motta Visconti non interessava perché si è risolto subito. Insomma non è la morte che in realtà ci scandalizza (non arrossiamo più per niente), ma ci sfruculia il giallo, il mistero. Basta ci sia, prima o poi, meglio poi, la soluzione. Forse la storia di Yara è più “banale” (sempre Guccini) di quel che si sospetta, lo vedremo e lo capiremo. Resta quel volto dell’ennesimo vicino di casa, frequentatore di bar, che raccontava barzellette su facebook. E che sembrava proprio “una persona per bene”. Perché in realtà non conosciamo davvero più nessuno, nemmeno i vicini di casa. Nemmeno chi abita con noi in casa, se è quella donna ha lasciato credere al marito che quei due erano figli suoi. Non ci ha aiutato, fin dal principio, aver morso la mela dell’albero della conoscenza del bene e del male nel giardino incantato dell’Eden. Da subito c’è stato il delitto di Caino che ha ucciso il fratello Abele. Quel giallo l’ha risolto Dio stesso con il suo “occhio” (l’oeil était dans la tombe et regardait Caïn – Victor Hugo) investigativo. Di quel tentativo di ergerci alla pari di Dio, non è rimasto nemmeno il sapore.