Rav Levi Hazan giovane Direttore di una recente organizzazione giovanile, e della scuola Merkos (vedi scheda). 30 anni compiuti il 4 dicembre 2009, il Rabino Levi Hazan è milanese di nascita e ha compiuto i suoi studi liceali in Israele mentre ha concluso quelli universitari in Australia dove vive la una delle più grandi comunità ebree del mondo: “La spiegazione è semplice, quando finì la guerra e la persecuzione del nostro popolo i sopravvissuti corsero, corsero, corsero… e arrivarono il più lontano possibile dalla Germania”. Ravi Levi Hazan è un uomo di grande spirito e cultura, abituato a tenere conferenze in tutto il mondo a interagire con le autorità a farsi portavoce del mondo ebraico ma si pone con una semplicità e umiltà che accorciano le distanze. È facile parlare con lui. Ma non stringergli la mano. Almeno non a una donna. Spiega: “Non ce l’ho con lei, è una nostra regola, non una legge però”. Cioè: “Si suggerisce di evitare di aver contatti anche solo marginali con un’altra donna che non sia nostra moglie, un modo semplice e innocuo di evitare tentazioni e di portar rispetto”. Un po’ come evitare di prendere in mano una sigaretta per non cominciare a fumare o entrare in pasticceria per evitare di aver voglia di dolci? “Esattamente. Io per esempio sono molto goloso, a volte quindi decido di andare in qualche posto e di non mangiare, altrimenti non finisco più di far giri del tavolo”. Vuol dire che la gola è meno peccaminosa della lussuria? “Certo, almeno non fai del male a qualcun altro… Però ripeto, non voler stringere la mano è una scelta consigliata, non obbligatoria, a me piace rispettarla, se non le dispiace”. Non mi dispiace, anzi ci rifletterò. “E’ un momento difficile per le coppie. Un segno di rispetto ci sta bene in questa crisi di valori. Oggi il 60% sta divorziando e l’altro 40% non può permetterselo…”. Esagera e continua a scherzare per riaccorciare le distanze. Un Rabbino è come un parroco? “Quando avrò capito cosa fa un parroco le potrò rispondere…”. Ravi sorride e continua: “Certo, deduco abbia la stessa funzione: dovrebbe essere una guida spirituale, un esempio, un consigliere, uno con cui pregare, uno che inspira con i suoi sermoni, un punto di riferimento”. Come si diventa Rabbino? “E’ una scelta di vita, ma bisogna studiare molto, c’è una laurea in legge ebraica e molto altro da imparare, ma soprattutto c’è amore”. Che significato ha il Kippah, lo zucchetto, insomma quel piccolo copricapo: “E’ un simbolo che ricorda all’uomo che c’è sempre Dio sopra di te”. C’è bisogno di ricordarlo sempre? “Le faccio un esempio, se ogni uomo portasse sempre con sé la foto che gli ricorda che ha moglie e così per le donne, forse certe cose si farebbero con meno leggerezza, noi uomini siamo fragili, abbiamo bisogno di ricordare chi siamo”. Già, noi cristiani portiamo la fede al dito ma non fa lo stesso effetto di una foto. Non per tutti almeno. Com’è la gerarchia dopo o prima del Rabbino? “Nessuna gerarchia, c’è il Rabbino con più o meno esperienza, con più o meno valore”. Nessun Vescovo, per dire: “Io sono vescovo, prete, padre, Monsignore… il grado si conquista sul campo… ci sono Rabbini che sono da me anni luce in quanto a maggior valore personale e spirituale”. Lei a cosa aspira? “Ad avvicinare sempre più persone, a parlare con loro, aiutarle e magari portarle in Sinagoga”. Ma l’ebraismo non cerca di fare proseliti. “Assolutamente no, anzi è contro il proselitismo, non siamo per le conversioni, siamo per migliorare le persone aiutandole ad avvicinarsi meglio, se serve alla propria religione di nascita”. Quindi io non potrei diventare ebrea? “Certo che sì, se lo desidera sinceramente. Deve studiare qualche anno, frequentare e diventare osservante. ovviamente”. Succede spesso? “ Sì, specie ultimamente e specialmente in Italia. Si ricordi che Gesù era ebreo…”. Ma un ebreo non può “dimettersi” dall’esserlo, mai. “Questo si, un ebreo lo rimane per tutta la vita, qualunque scelta faccia. Per questo è grande la responsabilità di chi decide di diventarlo, non essendolo di nascita”. Praticamente se diventassi ebrea darei vita a generazioni future di ebrei? “Certo, passerebbe la sua scelta ai suoi figli e le sue figlie a loro volta ai propri figli e così per sempre, di donna in donna, di progenie in progenie”. Quanti ebrei ci sono in Italia? “Circa 40.000. Dopo la guerra c’è stato un decremento molto alto, tanti sono andati in altre Nazioni o in Israele, adesso però da qualche anno il dato è stabile”. Quante sono le sinagoghe? “Solo a Milano sono diciotto. Ma poi non immagini ogni sinagoga come una chiesa con una cupola e ori… ma pure sinagoghe che sono seminterrati o ambienti come questo (la sala museale di Rovetta n.d.r)”. In bergamasca? “Non che io sappia, comunque si può pregare ovunque, anche in autogrill”. Che valore ha la preghiera per un ebreo? “La preghiera è molto importante e per un ebreo osservante sono tre i momenti nella giornata dedicati alla meditazione: al mattino, al pomeriggio prima del tramonto e la sera”. Poi c’è l’incontro settimanale comunitario: “In Sinagoga, al sabato, il giorno del Signore, per pregare, ma soprattutto per passare dalla preghiera all’azione, la buona azione”. Come vive la fede un ebreo, esiste un ateo ebreo? “Gli Israeliani hanno due occhi, un naso e un cervello come i Cristiani… abbiamo tutti il libero arbitrio, ognuno fa liberamente le sue scelte anche quelle di fede o di non fede. Vuole sapere per esempio se le Sinagoghe sono piene? No, come le chiese credo. Forse un po’ di più perché per noi sono anche un posto dove incontrarci, ritrovarci, riconoscerci”. Ritrovarsi è importante per chi ancora non ha una terra riconosciuta da tutti: “Voglio raccontare un episodio di quando frequentavo il liceo in Israele. Ero un giovane studente e durante le vacanze estive viaggiavo con un gruppo di amici ebrei per trovare le piccole comunità del nostro popolo disperso per il mondo. Un giorno a Larissa, una cittadina della Grecia, in una casa di riposo, incontrai un anziano ebreo che era stato in guerra. Un uomo molto arrabbiato con Dio. Mi sedetti al suo tavolo e gli proposi di pregare con me con i flatteri (due piccoli astucci quadrati che gli Ebrei portano durante la preghiera del mattino chiamata Shachrit n.d.r). Lui mi fissò rosso di rabbia e urlò di lasciarlo in pace perché non voleva pregare più, non credeva più perché Dio aveva permesso cose orribili! Gli risposi che non lo capivo ma non mi permettevo di giudicarlo. Però gli dissi, con l’esaltazione della mia gioventù, che se non avesse pregato con me, Hitler aveva vinto, l’odio aveva vinto. Lui non li mise in quel momento, ma finalmente pianse, dopo anni. La mattina dopo, prima di partire, tornai a salutarlo e lo trovai a pregare”. La guerra, lo sterminio, l’olocausto, l’odio antisemita. Siamo partiti da qui, dal giorno della memoria, che significato ha davvero per Lei? Quale la cosa più difficile da accettare oggi? “L’indifferenza della gente comune. Non tanto, anche se gravissima e inaccettabile, la persecuzione del Governo, del Dittatore, del singolo pazzo criminale, ma quella della gente normale, quella che, nei momenti dei gravi fatti successi, ha fatto finta di non vedere. Come fa oggi per fatti analoghi. Per paura sicuramente, ma non ha mosso un dito, non muove un dito. I nostri amici allora, quelli con cui giocavi o bevevi il giorno prima, hanno permesso che ogni cosa accadesse. Ci hanno rinnegato, isolato, ignorato. Ognuno di noi ha la responsabilità di fare la differenza oggi. Non possiamo permettere che cose del genere possano ancora succedere. Si può fare però solo con le azioni, con il coraggio di non adeguarci a certi atteggiamenti. Le parole non bastano, non servono a niente. Di fronte a situazioni simili, anche oggi, non si può rimanere indifferenti alla sofferenza delle persone. Se non si tenta di costruire il mondo di speranza per cui sono morte tante persone, per cui tante sono state torturate, se si vuole dare un frutto a tutta questa terribile ingiustizia e dolore, bisogna portare avanti la memoria e fare buone azioni, dare buoni frutti”. Levi cita il vecchio testamento in cui il Cristiano e l’ebreo si abbeverano alla stessa fonte. ” L’uomo nella Bibbia è paragonato ad un albero che dà i frutti. Una delle leggi bibliche che noi rispettiamo, dice che un albero con i frutti non si può abbattere. Nemmeno per costruire una strada. Noi siamo i frutti di quello che ricordiamo”. Levi continua: “Purtroppo con la fine dell’Olocausto non è sopraggiunta la fine dell’odio dell’uomo verso l’uomo. In ogni momento in questo mondo, oggi ci sono guerre atroci, gente che soffre terribili ingiustizie e gente che indifferente lascia che tutto ciò ancora succeda”. Da dove cominciare? “Dal vicino di casa, da chi conosciamo che ha bisogno di aiuto, da chi cerca un sostegno non c’è bisogno di andar lontano… ma se rimaniamo indifferenti, celebrare il giorno della memoria non ha nessun senso”. Giorno della memoria che riscatta e onora anche chi, tanti anche nei nostri paesi, rischiò la vita per proteggere gli ebrei. Il Rabbino nonostante la stanchezza della lunga giornata passata a testimoniare sdrammatizza e racconta una barzelletta: “Una persona va a confessarsi… sa padre durante la guerra ho nascosto un ebreo e suo figlio a casa mia… bravo figliolo che hai da confessare questo non è peccato! … no padre, ma io gli ho chiesto centomila a settimana sa, per le spese… pazienza, sarai perdonato se ti penti… ma padre scusi ancora una cosa… dimmi che c’è adesso?… padre ma allora devo dirgli che la guerra è finita?”. La guerra continua però, oggi, sulla striscia di Gaza, una piccola zona lungo la costa del Mediterraneo tra l’Egitto ed Israele, lunga 40km e larga 10km, in cui vivono più di 1,4 milioni di Palestinesi. Cosa succede in Israele, ci spieghi la situazione, la guerra infinita, gli attacchi contro i palestinesi, il muro: “Io non sono il più grande P.R (colui che cura le pubbliche relazioni n.d.r) dello stato d’Israele ci sono persone molto più adatte a parlare di questo. Ma visto che me l’ha chiesto proverò con la mia grandissima ignoranza politica a dirle ciò che io e i miei amici e i miei parenti vivono in Israele giorno per giorno. Ho vissuto lì cinque anni e la situazione non è quella che vedete o sentite tramite i media. Israele è un paese bellissimo dove si vive bene dove la gente ha speranza e guarda al futuro con ottimismo. é un paese all’avanguardia in molti settori. Però non si può nascondere che in certe zone in certi locali io non ne uscirei vivo. Ma questo succede anche a Milano. Da certe vie, da certi locali non uscirei vivo comunque”. Come si difendeva quando viveva là? “Prendevo i taxi, non i pullman per esempio, evitavo certe zone. Si è creata una situazione difficile. Ci sono due popoli che stanno cercando di fare pace, di convivere, ma altri sfruttano situazioni di povertà di disagio d’ignoranza strumentalizzando tutto questo in nome di Dio per non permettere che questo succeda. Ma sappia che nessun civile nessun israeliano ha mai fatto atti di violenza. C’è un esercito questo sì, che ci difende forzatamente. Ricordo una frase di Golda Meir (la prima Premier donna israeliana nel 1969) che disse ‘potremmo perdonare gli arabi per i nostri fgli che hanno ammazzato,ma non potremmo mai perdonarli per averci fatto ammazzare i loro figli’. Il nostro esercito potrebbe fare piazza pulita facilmente ma invece quando entra a Gaza avverte casa per casa i civili per farli sgomberare. Ha mai visto una guerra così? Dall’altra parte la vita non ha nessun valore. Si fanno saltare i mezzi con i bambini. I soldati si fanno scudo dei loro figli per sparare contro il nemico… Il milione e passa di persone che sono a Gaza sono gente bravissima che più di tutto vuole la pace. Vorrebbero vivere a venti chilometri con l’istruzione degli israeliani, con i locali degli israeliani. Invece vivono non liberi in povertà e soffrono più di tutto, si ammazzano, si picchiano. Miliardi e miliardi sono stati spesi per i palestinesi da tutto il mondo, ma non sono mai arrivati. Almeno non a loro. Mi piacerebbe organizzare qui da voi una serata su questo argomento, con dibattito con un contraddittorio”. Aspettiamo che succeda e ci saremo. “Israele è un capro espiatorio, è facile giudicare. Finche c’è guerra lì, va bene, basta non succeda in Europa”. Shalom aleichem. Che la Pace sia su di voi.
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