Multi sunt vocati, pauci vero electi

    Multi sunt vocati, pauci vero electi (p.b.) “Multi sunt vocati, pauci vero electi” («molti sono i chiamati, pochi gli eletti»). E’ una frase del Vangelo (Matteo 20, 16), che chiosa la parabola degli operai della vigna, con riferimento alla ricompensa eterna. In democrazia non c’è nulla di eterno, ma le ricompense, come abbiamo visto, sono rilevanti. Quindi che siano molti i candidati “chiamati”, vista la legge elettorale, dai capipartito o (già molto meglio) indicati dalle primarie, è scontato. Ma quanti di loro saranno “eletti”? Pochi, anzi, ancora troppi, la riduzione del numero dei parlamentari è rimasta una delle tante promesse, come quella di cambiare la legge elettorale e della riduzione (sostanziale) delle indennità. La delusione, a volte il disgusto, comunque la rabbia, sembra essersi stemperata. I propositi di diserzione delle urne si sono attenuati. In fondo ci caschiamo sempre, nell’evidenza che non abbiamo alternative. Stare a casa e non votare signifca consegnare nelle mani degli elettori che vanno alle urne anche il nostro voto. Perché non c’è un quorum alle elezioni politiche e regionali. Se andasse a votare anche meno del 50% degli aventi diritto, la percentuale da spartire è comunque del 100%. Se il partito o coalizione vincente ottenesse il 40% (cifra indicata come vincente dai vari studi) in realtà avrebbe il consenso solo del 20% dell’intero elettorale ma governerebbe come avesse davvero ottenuto il 40% dei consensi. Quindi ogni voto dato realmente avrebbe valore doppio, varrebbe anche per uno che a votare non ci è andato. Una delega al buio, c’è uno che ha votato anche per me ma non so chi abbia votato. Il meno peggio è una scelta dolorosa ma molto praticata, fn dai primi passi della democrazia fno ad arrivare alla celebre frase di Montanelli del voto alla Dc “turandosi il naso”. Anche le orecchie bisognerebbe turarsi vedendo passare sugli schermi certi personaggi. Viene riproposto, in barba alla repulsione popolare dello scorso anno, lo stesso quadro politico con varianti minime. Il centrodestra è tale e quale con Maroni al posto di Bossi e l’alleato Berlusconi che la base leghista non sopporta ma deve ingoiare (usque tandem?) perché, si giustifca (e già giustifcarsi è signifcativo) Maroni, “da soli non si vince”. Bella ma banale scoperta. “Ma abbiamo spuntato la quota 75% sulle tasse che rimangono sul territorio”. Che naturalmente parrebbe una pia intenzione se non si scoprisse che la Lombardia trattiene già delle tasse versate dai lombardi una quota intorno il 70%. Ah. Più che trattenerli, li ha indietro dallo Stato. Per il candidato premier Berlusconi candida Alfano, dopo averlo incoronato e detronizzato due volte, Maroni fa i saldi, hai pagato Monti e ti prendi Tremonti. Il centrosinistra ha Bersani che ripropone una sorta di “Unione” appena appena riveduta, incassando, non si sa fno a che punto e fno a quando, l’appoggio di Renzi. Poi ci sono le variabili che sono il vero cambiamento delle proposte: Monti e Grillo. Avranno peso (Monti, perché Grillo sembra chiamarsi fuori da tutto e da tutti) se una delle due coalizioni maggiori, vincendo, non avrà la maggioranza al Senato. A me pare un quadro desolante, una sorta di restaurazione alla Luigi XVIII (l’ultimo Re di Francia) dopo la caduta di Napoleone I (perché c’è stato anche un Napoleone III, saltando il secondo). Ricordando anche quello che scrisse Prevért della dinastia dei Re di Francia arrivati appunto “solo” al 18°: “Che razza di gente è questa che non ha saputo contare fno a venti?”. L’aria politica italiana sembra quella del ricominciare da dove ci si era lasciati un anno fa, come Monti non fosse mai esistito. Restaurazione. Basandosi sul fatto che chi si indigna tanto non vota. E quindi non conta e non viene contato.