Una pedalata nella storia (tragica) del Vajont

    Una pedalata nella storia (tragica) del Vajont

    La storia.

    E’ stata una giornata strana, sin dalle prime ore del mattino sentivo nell’aria che questa non era una pedalata come le altre, ma che ci avrebbe riservato qualcosa di più. La sveglia ha suonato alle 4.10, potevo anche non metterla in quanto non è che abbia poi dormito quella notte… Alle 4.30, o meglio alle 4.38, in ritardo di qualche minuto, passo a prendere Gigio, carichiamo zaini e bici e via in direzione Stezzano – Campo Santo. Arrivo alle 5.08, un pochino ancora in ritardo, dove li ad aspettarmi c’erano già tutti i compagni d’avventura, o meglio, parte dei compagni d’avventura; il resto era ancora a dormire già nei pressi di Longarone… Saluti di rito, soprattutto ai nuovi volti conosciuti; Tarta e Pianura che terminano di caricare il furgone, Serper che si accerta che non abbiano dimenticato la sua ruota anteriore; assegnazione dei posti in macchina, radioline accese per la compagnia durante il viaggio, e via, direzione Longarone. Si vede da subito che anche il tempo è dalla nostra, ed ha deciso di regalarci la ciliegina sulla torta: nessuna nuvola in cielo… roba da matti… non si poteva azzeccare giornata migliore: nessuna nuvola e temperatura ideale per pedalare senza temere né caldo né freddo; perfetto direi… faccio notare via radio la cosa al Tarta chiedendo ironicamente “hai visto che non ho lasciato nulla al caso ed ho scelto anche la giornata giusta”…. mi sento rispondere “…alà incùlat de l’osti…”. Si continua a raccontare cazzate alle radioline, dalle barzellette, alle prese per il cuxx, insomma, un viaggio per niente noioso, nonostante sia stato lungo ben 3 ore. Arriviamo a Longarone alle 8.30 puntuali come da cronoprogramma; siamo i primi, mentre aspettiamo gli altri iniziamo a preparare bici, zaini ed a cambiarci; ecco il primo intoppo: non riesco a togliere la bici dal portabiti da auto, per la paura di perdere la bici durante il viaggio ho chiuso talmente forte la morsa che ho rovinato il filetto, bloccato… panico… il Tarta che mi dice “ranget, to pedalet mia” (grassie nè..), breve attacco di panico, che mi ha dato la forza per strappare la bici dalla morsa e riuscire a metterla a terra… per fortuna… Nel frattempo sono arrivati tutti quanti, ormai pronti per partire, ma prima ovviamente una visita dovuta al cimitero monumentale di Longarone… Agghiacciante… brividi che ti corrono per la schiena… in religioso silenzio faccio quattro passi all’interno del cimitero, 2000 piccole tombe una accanto all’altra, con inciso sopra solamente il nome e l’età, tutte uguali, un parallelepipedo di marmo o granito di colore bianco, bianco come la purezza, bianco come l’innocenza… posto uno accanto all’altro in maniera geometrica impeccabile… Camminando inizio a leggere i nomi e le età, ma soprattutto le età… 4 mesi… 8 anni… 5 anni… 9 mesi… 3 mesi… 12 anni… scoprirò solo poi che di bambini sotto i 15 anni li ce ne sono quasi 500. Non me di Alan Bertoletti Una pedalata nella storia (tragica) del Vajont la sento di continuare a “curiosare” in quel posto, mi sembra come di commettere un oltraggio, mi sembra di mancare di rispetto ai parenti di quelle povere persone, non è un museo, non è un’attrazione, è un ricordo alla memoria… per questo motivo decido subito di andarmene, e mi permetto di scattare qualche foto, anche se forse non avrei dovuto per rispetto… Prima di partire per la pedalata nella storia giustamente una foto di rito alla partenza, tutti schierati fuori dal cimitero monumentale uno in parte all’altro, e poi via! Primo punto d’effetto quella sorta di attraversamento del torrente che abbiamo trovato (in secca) subito dopo la partenza… un paesaggio lunare… poi fino al raggiungimento della diga nulla di che da raccontare se non le risate che ci siamo fatte con scambi di battute con i compagni d’avventura. Prima di imboccare la galleria che ci porta poi alla diga, un semaforo con attesa di 7 minuti con tanto di cartello countdown e che l’ultimo minuto viene scandito secondo per secondo; e più si avvicina lo zero più il clima si scalda: countdown a voce alta con partenza anticipata di 10 secondi almeno, con le facce stupite dei motociclisti e delle macchine incolonnate all’attesa del verde. VIA! ed eccoci fuori dalla prima galleria, dove imponente e maestosa ci aspetta lei, la diga del disonore… Appena fuori dalla galleria te la trovi li di fronte, mi ha tolto le parole di bocca, le gambe hanno smesso di pedalare, ho solo potuto accostare ed appoggiarmi al guardrail, credo di essere rimasto in silenzio per qualche minuto cercando di osservare questo muro di cemento, cercando di capire da dove inizia e dove finisce… ho letto tanto sul Vajont, e credo di aver visto tutti gli speciali dedicati che sono stati fatti, ma credetemi, non rende l’idea, trovarla li di fronte così maestosa, così immensa, così grande è tutta un’altra cosa… a doppio arco, alta 261,60 mt, la quinta diga più alta del mondo, la terza ad arco; un volume di 360.000 metri cubi di cemento, un bacino di accumulo di 168,715 milioni di metri cubi; all’epoca della sua realizzazione la più grande mai costruita al mondo. Dopo un po’ riprendo “ol sentùr” e mi accorgo che come me tutti gli altri compagni di pedalata, nessuno escluso, sembra abbiano avuto lo stesso effetto alla vista della diga; foto di rito ed è ora di andare oltre… Raggiungiamo così, superata la seconda galleria, la diga; sosta obbligata cercando di scrutare ogni cm2 che ci circonda, dalla chiesetta ai monumenti dedicati, due passi sulla passerella, foto di rito. Dietro una piccola montagna si vede il famigerato Monte Toc, dove è ancora ben visibile la “M di Muller” come la chiama Paolini nella sua orazione civile, ovvero quella parte di montagna che manca, che è crollata nell’invaso, e che ha la forma di “M”… Per poi realizzare che la montagna piccola davanti al monte Toc, non è una montagna, bensì la frana che si è riversata nell’invaso artificiale… dimensioni impressionanti… parlano di qualcosa come 56 milioni di m3 di materiale… ora la frana fa parte della conformazione del territorio, sopra essa ci hanno costruito ponti, sentieri, strade asfaltate e gallerie… Difficile rendersi conto della catastrofe, ha dimensioni bibliche… poi ti giri e sopra arroccato in alto vedi un paesino, Casso… la prima cosa che mi è saltata in mente è stato un breve calcolo matematico: il livello dell’acqua dell’invaso era posto a circa 750 mt slm, Casso si trova a circa 1000 mt… ci sono circa 250 mt d’altitudine di differenza, e l’onda anomala provocata dalla frana è arrivata fin lassù!!! Guardo le mie braccia e vedo la pelle d’oca… Avanti! Foto di rito e nuova foto di gruppo e via, attraversiamo e percorriamo la frana proprio sopra essa, con scorci di panorama mozzafiato; un laghetto color turchese, come se fosse illuminato da dei neon, e dove Ronzino si arrampica su una scarpata per poter fare una nuova foto di gruppo con alle spalle tanta bellezza… raggiungiamo il sentiero che porta a valle verso il torrente Vajont, il primo tratto “non asfaltato” finalmente, per poi ritrovarci in questa vallata molto sassosa, dove ai lati scorre il torrente Vajont. Anche qui una distesa infinita di sassi e ghiaia, accarezzati dal torrente Vajont che come una vena scorre a zig-zag; ci troviamo proprio sotto l’abitato di Erto; ma dov’è il sentiero da seguire? Prova qualche temerario ad attraversare in più punti il torrente con la propria mtb per cercare di trovare qualche traccia, ma nulla; fino a quando si scruta qualcosa in mezzo al bosco, che però non rispecchia la traccia segnata dal gps, ma altre soluzioni non se ne vedono… allora si decide per questo sentiero, ma prima tutti devono attraversare il fiume, e c’è chi lo fa in bicicletta, e chi a piedi scalzi con scarpe in mano e bici a spinta. Un duro spunciaspuncia attraverso il bosco (con gran elogio alle quote rosa per la resistenza e la tenacia dimostrata) ed eccoci a raggiungere la strada che ci conduce al paese di Erto; visita obbligata al centro storico e poi tutti con le gambe sotto al tavolo all’Osteria Cervo Bianco. Gli abitanti di Erto ed anche i gestori dell’osteria ci guardano con aria mista tra sorpresa ed ammirazione; probabilmente un gruppo turistico così numeroso di bikers l’hanno visto poche volte… a fine pranzo addirittura ci chiedono delle foto ricordo come se fossimo dei vips… Mangiato direi decisamente bene, anzi, fin troppo considerando che ora bisogna raggiungere il punto più alto del percorso; non è mancato neanche qualche calice di vino; goliardia bergamasca a gogo con cori, battute e scambio di impressioni sulla gita fino a quel punto; un caffè in piedi al bancone mentre una signora del posto palpava i polpacci di noi ciclisti cercando quelli più duri (ne avrà palpati almeno 7 o 8…) e via nuovamente in sella, raggiungendo il punto più alto ed inoltrandoci per un percorso alquanto arduo, dove a detta di qualcuno, nemmeno le pecore sarebbero in grado di farlo… Un lastrone di roccia, senza appoggi con una pendenza praticamente verticale, con la roccia sotto i piedi che si sbriciola, i sassi che cadono nella strada posta una ventina di metri più in basso tra il passaggio di una macchina ed un’altra… Passato questo pezzo non con poche difficoltà ci si inoltra in un lungo single track all’interno del bosco; costretti poi ad una deviazione obbligata in quanto il sentiero verso l’abitato di Casso risultava impraticabile e troppo pericoloso, ci inoltriamo su una discesa abbastanza divertente che ci riporta in prossimità dell’osteria, per poi prendere una ciottolata che ci riporta sulla strada asfaltata di ritorno verso la diga. Al semaforo della diga, durante l’attesa del verde, nasce il tormentone del viaggio, un “VIVA LA DIGA” cantato in coro, mentre Fabio, accostato da un motociclista in versione Valentino Rossi, lo sfida in una partenza a razzo. Incitato da tutto il gruppo Fabio anticipa il verde di circa 3 minuti, lasciando al palo il motociclista che basito guarda allontanarsi il nostro Biker… E via in discesa, di ritorno al nostro punto di partenza, lasciandoci alle spalle la diga, lasciandoci alle spalle la storia, una storia tragica che in qualche modo abbiamo potuto toccare, abbiamo potuto vedere, abbiamo potuto sentire. Una “pedalata nella storia” che personalmente mi accompagnerà per molto, molto, moltissimo tempo, e che ho avuto la fortuna di condividere e rendere speciale anche grazie tutti i 32 bikers, e che vorrei ringraziare uno ad uno: grazie a Serper, Ronzino, Felix, Ivan.Cosmico, Tarta, Roberto65xxx, Daft Paolo e compagna, Fabio24479 e compagna, T_Fabio70, Simone, Batt_S., Batt_J., Jomark, Pianura, Tappingabri, Samuele, Gigio, Niculi, Dario Zambetti, Marco Giovanni, Filippo, Piergiovanni, Marco Cambianica, Stefano Jo, Beppe Biker, Torce, Nippo, Raffaricci,Carmen, GianLuca. MTB Stezzano Team – Pedaliamo per passione, non per competizione.